La scelta partigiana in “La casa in collina”

La scelta partigiana in “La casa in collina”

Il protagonista, anche narratore nella prima persona del racconto, è il quarantenne insegnante Corrado. Ciò all’inizio della storia appartiene al gruppo borghese però nel corso della storia si avvicina all’antifascismo non solo attraverso gli altri cittadini ma anche motivato dalla propria moralità e interesse. Vive in una casa in collina dove è sicuro e inizialmente non ha bisogno di pensare molto alla guerra. Però c’è una svolta nel suo comportamento quando incontra il suo ex- amore Cate, la madre di loro figlio Dino. È una donna matura, forte e consapevole della situazione in cui i cittadini si trovano. Non solo incarna la donna perfetta ma anche l’ideale di essere partigiano attivo nella resistenza. Grazie alla sua maturità e ai suoi ideali, ha un’influenza sul pensiero del protagonista. L’incontro gli motiva ad integrarsi fra gli altri cittadini nella resistenza civile. La caduta di Mussolini è la base di questa opportunità.
Comunque, la maturità di una persona è ovviamente nel racconto un fattore della scelta. Menziono anche il fatto che Corrado ha una grande interesse nel corso della guerra che si intensifica anche dopo la caduta. Assorbe tutte le informazioni attuale ”Mentre di notte si aggirava per la casa, io cercavo di captare tutte le radio possibili. Era ormai chiaro che la Guerra continuava, e senza scopo. La tregua aerea era già finita; gli alleati annunciavano incursioni.” (Pavese, S.54)

Aggiungo che nel corso della storia si rende conto che la sua classe sociale ha un ruolo nella guerra. Battista di Malta dedurre nella sua analisi del racconto: “Si osserva insomma per tutto il romanzo una feroce polemica strisciante a un certo antifascismo di maniera, borghese intellettuale {…}” (Di Malta, S. 401). Poi, Corrado riflette il suo comportamento ignorante da borghese e abbandona la sua classe sociale e la vita in solitudine. Simpatizza con il giovane partigiano Fonso che è operaio. Attraverso questo personaggio si avvicina all’ideologia comunista. Dopo di aver visitato un’unione nella sua fabbrica comincia ad interessarsi più nell’essere partigiano. Interpreto una motivazione di una partecipazione basata sulla scelta collettiva degli operai e sul loro entusiasmo da cui anche Corrado viene influenzato “L’entusiasmo mi prese” (Pavese, p. 50). Perciò abbandona sentirsi borghese e si identifica con gli operai ossia con i comunisti
“-Riconobbi i miei uomini.” (Pavese, p. 47).
Dunque accetta l’armistizio come metodo necessario, ed essere uno dei partigiani per combattere il fascismo. Questo viene visibile in una conversazione con Fonso:
“Chiese a me, che parlavo, se fin che restavo borghese ero pronto a svegliarmi.
- Bisogna avere la mano svelta, -gli risposi, - esser più giovani. Cianciare non conta. L’unica strada è il terrorismo. Siamo in guerra. “(Pavese, p.31)
Benché sia cognitivamente partigiano, non riesce a partecipare fisicamente nella lotta armata contro i fascisti insieme con gli altri cittadini per cui ho trovato diversi ragioni.
La prima è la sua paura e immaturità come disse Cate nel romanzo “– Sei come un ragazzo, un ragazzo superbo. {…} Tu hai paura, Corrado.” (Pavese, p. 38).
Ma tutto ciò non si può banalizzare il suo comportamento come paura. Invece, è una persona soprattutto cosciente del rischio. In altre parole di Battista “Corrado, che si reca in città in esplorazione e mantiene sempre una chiara percezione della situazione, si accorge dell’aumentare del pericolo.” (Di Malta, p. 402). Corrado valuta soprattutto il pericolo dai tedeschi molto alto
“Io dissi che i tedeschi da quattro anni erano esperti di guerriglia e non c’era da farsi illusioni.” (Pavese, p. 84)
La differenza fra lui e Fonso è chiara perché il giovane partigiano sembra essere ingenuo come mostra questa valutazione bassa del rischio:
“Fonso diceva che non era necessario. I fascisti tremavano. Sapevano di aver perso la guerra. Non osavano più mandar gente sotto le armi {…} Era come un castello di carte.” (Pavese, p.31)
Per tutto questo, reagisce in un modo spontaneo, dimenticando il pericolo, rappresentato della citazione seguente:
“Nando e Fonso non vennero quella sera. Venne Giulia ansimante. Disse che in fabbrica c’era stato comizio per raccogliere armi, che Fonso aveva fatto un discorso, che si parlava di occupare le caserme. In periferia s’eran sentite fucilate. Si sapeva che bandi di borsari neri avevano saccheggiato un magazzino militare, che i tedeschi vendevano le divise ai fascisti e scappavano travestiti.” (Pavese, p.64.)

Mentre il giovane partigiano partecipa alla resistenza, Corrado resta inattiva.
Più un suo motivo di evitare la violenza praticata è la sua fisiognomia dell’intellettuale. È un elemento fondamentale che influenza sulla sua scelta di essere un partigiano attivo o non-attivo.
In seguito a ciò, Corrado realizza un ruolo differente e individuale. Secondo di Malta, la sua inattività fisica è simbolica. Siccome raccoglie tutte le informazioni possibili, avendo contatto con le classi e i gruppi differenti della società, riesce ad una multi prospettiva che gli altri personaggi non hanno. Dunque, ha un punto di vista di tutta la guerra e dell’epoca resistenziale più avanzata e così una valenza più alta come testimone.
Il lettore capisce chiaramente soprattutto verso la fine del racconto il ruolo di Corrado quando vede tanti morti, ritornando dal suo esilio. Poi, esprime la sua compassione per i nemici e fa la sua conclusione della guerra civile “Ma ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato.” (Pavese p.130)
Di Malta esplica questa reazione così “Non sono i repubblichini ad essere <<spogliati di ogni connotazione politica o morale>>, sono << i morti repubblichini>>, nelle esatte parole di Pavese, cioè non più fascisti o altro oramai, ma esseri umani, nel comune esito di ogni destino.” (Di Malta, p.392).
Dunque, Pavese crea attraverso il protagonista un dialogo con la prossima generazione, riferendosi ai tanti vittimi della violenza resistenziale. Chiarisce così che la guerra civile era necessaria per fa finire tutto il fascismo ma anche una cosa veramente brutta. Fa ricordare i lettori che la generazione seguente deve trattare questo tema con l’idea dell’eguaglianza degli esseri umani. Ossia nelle parole di Corrado “Guardare certi morti è umiliante. […] Si ha l’impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi. […] Ci si sente umiliati perché si capisce […] che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni Guerra è una Guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta.” (Pavese, p.130)