La scelta fascista

La scelta fascista


La decisione compiuta dai fascisti, viene introdotto attraverso citazioni diverse. La prima è di un testimone che spiega come si formarono i sentimenti dell’odio e del disprezzo contro i traditori. Il re, tutta la monarchia, gli alleati, gli ex-fascisti e così anche la resistenza partigiana si può contare sul concetto del nemico. In altre parole: “Forse nel momento cruciale […] ognuno è lasciato al proprio arbitrio; c’è chi odia i tedeschi, c’è chi odia gli angloamericani. Io (…) sono compreso fra i secondi.” (p.35)
È importante sapere che la maggior parte dei fascisti era molto convinta della sua cultura e i suoi valori. Così c’erano tanti che p. es. credevano ancora nell’ “immancabile vittoria” (p.36) per cui il combattimento, e forse la propria morte in questo, sembravano essere l’unica opportunità per loro. Infatti, l’essere fascista era un destino che avevano già attribuito a sé più tempo fa e per questo non si poteva abbandonarlo così facilmente (Vgl.p.36f.). Per esempio, non potevano lasciare la loro ubbidienza imparata. Per questo un ordine bastava per realizzare un assalto al nemico come rappresenta questa citazione di un testimone “L’ho fatto perché mi è stato comandato”. (p.25).

Inoltre, Pavone intrepreta che la scelta fascista era piuttosto una fuga della verità esistendo nella fine del fascismo di cui la conseguenza sarebbe stata “perdere l’identità” (p.37).
Un fascista spiega che come sentirsi sradicato (nel contesto dell’8 settembre?) si trasformò in una “<<rabbia sorda>>” (p.37). Poi sottolinea che “<<Accettare quella sconfitta significava accettare […] l’ipocrisia, la menzogna, la viltà (…) E noi non volevamo!>>” (p.37).